Impatto.
E’ uno scenario d’impatto, incredibile, vigoroso.

Roccia che riposa da prima che noi venissimo su questa terra per ammirarla, sempre li immobile, a resistere al suo compagno di sempre: il mare.
Sono millenni che si corteggiano in questo turbolento modo, lontano da quello che fu degli sguardi in SM dei Cerchi ma non effimero affatto. Ed infatti granello dopo granello, con lo sferzante fare, lui si prende parti di quella che sembra essere una sposa tutta d’un pezzo, impossibile da avere.
Sento, ascolto. Il metronomo è la marea, gli acuti sono i gabbiani. A fare da bassi ci pensano le onde che combattono l’aria nelle risacche ai piedi della parete.
E’ incredibile.
Quello che mi trovo davanti è così da quando è stato disegnato. Ed io, umano, non posso fare null’altro se non lo spettatore. Qualsiasi riflessione è banale, non degna del tempo passato tra queste alture. Essere o non essere, questo è il dilemma. Eppure continuerà, con o senza di noi.
Mi occorre un rifugio per sfuggire da questa immensità che riflette il sole sulle sue spumose creste. Chiedo conforto a lei, che ha imparato a guardarle innamorandosene, senza mai far nulla per prendersele. L’immobilità è la risposta.
Non è umana però, io vivo nel cambiamento. Nel mentre, non sono già quello che fui alla loro prima visione.
Serve esprimere il mio esser vivo, l’unica beffa che io possa sbandierare a quei due. Cambio, io. Così cambiano loro, schiavi delle nostre scelte.
La sinfonia è completa, manca la scintilla per renderla perfetta. E’ compito mio.
Mi siedo, accendo.
Mi rilasso nelle mie banalità, morbide, contrastanti con quanto vi sia davanti a me.
Ora posso continuare a goderne ricordandomi che sono qui per questo.
Cliffs of Moher

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