Il mondo cambia, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto.
E si sa che i cambiamenti vengano spesso visti in maniera diffidente. Il futuro, per sua natura, è il cambiamento per antonomasia: bisogna accettarlo, non prendendolo forzatamente per buono nella sua interezza ma, cogliendo il meglio.
In Silicon Valley affermano che oltre il 50% dei lavori che faranno i nostri figli ad oggi non esista. Strano, vero?

Anche la professione dell’influencer fino a qualche anno fa era percepita come poco credibile. Ma, come detto prima, tutto cambia. Grandi catalizzatori, Chiara Ferragni su tutte/i, ha dato prova che partire prima degli altri possa fornire un vantaggio competitivo importante. Certo, ciò non basta: occorrono visione, soft skills, team e perché no, anche quel pizzico di fortuna sempre necessaria in ogni campo.

Ingredienti che, a nostro avviso, non possono esser sintetizzati nei libri. Mentre la matematica, la storia, la letteratura, costituite e basate su nozioni e concetti potenzialmente supportabili dai manuali e dalla didattica, necessitano dunque di studio e apprendimento, la visione invece? Il “naso da tartufo”? La capacità di individuare mancanze in mercati probabilmente non ancora esistenti? No, non pensiamo sia possibile scrivere tomi sul come imparare a far tutto ciò.

La pensa diversamente una università telematica italiana, la quale ha proposto un corso triennale di laurea da “Influencer” (pseudo-facoltà di Scienze delle Comunicazioni). Bene, nel loro comunicato stampa si legge che:”L’obiettivo del corso è preparare una figura in grado di esercitare la propria attività in maniera professionale … la preparazione offerta da questo curriculum, seria e rigorosa, consentirà all’Influencer (quindi non si diventa dottore?) di svolgere nel tempo un’attività professionale affidabile e sostenibile…”. Bene, oltre alle chiacchiere, cosa significa? Non si sta superando forse la soglia tollerabile di fumo negli occhi? Leggerezza si ma, non in un tema così importante come la scelta universitaria.
Si può imparare in aula a diventare opinion leader? La sociologia è materia complessa, evitiamo dunque di impaludarci ma, crediamo che la street credibility non sia un qualcosa di acquisibile dai libri al pari del Diritto o della Fisica.

Vero, oggi fare l’influencer è un’aspirazione per molti, un lavoro dei sogni probabilmente, dunque tale università ha provato a fornire una risposta alla (ipotetica) domanda presente nel mercato dell’istruzione universitaria. Più che tre anni a raccogliere CFU, in questi casi forse è preferibile optare per dei workshop che, oltre ad avere durate sensibilmente più contenute di un triennio, costano anche molto meno. Ed è sempre bene tenere a mente il rapporto investimento/ritorno.
Guardare al domani con fare critico è fondamentale: è vero che il futuro appartiene a coloro i quali credono nella bellezza dei propri sogni ma, per trasformare alcuni sogni in realtà non basta una laurea. E trasformare se stessi in un business case di influencing marketing fa parte di questi.

Tutto ciò non vuole essere un vademecum: a scrivere sono due persone che provengono da Università “canoniche” e che hanno fatto tesoro delle dinamiche che provengono da esse, sottolineando quindi e non disincentivando, un percorso accademico “tradizionale”. Lo stesso percorso accademico che ti fornisce forma mentis e strumenti per immettersi su una strada maestra, sulla quale però bisogna poi camminare da soli, sviluppando e sfruttando la propria maturità con dei fattori che vanno al di là della preparazione universitaria.

Speriamo che questa nostra riflessione possa esservi utile.

A presto,

Frank Gallucci e Simone Botta

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